Le uova nel paniere.

Deboli sussurri, impercettibili sussulti, qualche sguardo, non completamente lucido: la pubblicità italiana sta uscendo dal coma in cui versa da anni, dopo l’impatto violento contro la crisi globale.

Siamo ben lontani da una vera e propria ripresa psicofisica, tuttavia il paziente è vigile. La riabilitazione sarà lunga e dolorosa. E non sarà solo una questione di ricostituire i muscoli e le articolazioni, o di rimettere in moto correttamente gli organi interni. Il crollo fu tale da rendere necessaria una vera e propria attività di rigenerazione neurologica.

Insomma, per uscire di metafora, c’è bisogno di una dose massiccia di creatività, di pensieri nuovi, di idee forti che sappiano riconquistarsi la loro centralità nei processi decisionali e operativi della comunicazione commerciale, nell’era digitale. E bisogna farlo in fretta, e comunque prima che qualche ulteriore scossone finanziario urti il paniere e rompa le uova ancora fresche.

Buona-PasquaA proposito di uova: buone giornate di Pasqua ai nostri lettori. Think boldly.

Le uova nel paniere.

Contro il banale, analogico e digitale.

Tributiamo un omaggio a una persona colta, intelligente e arguta. Ci ha aiutato a capire il valori e i disvalori della comunicazione. A volte è stato bussola, altre sestante nell’immenso mare, spesso torbido e agitato, in cui si svolge la nostra professione.

Abbiamo ascoltato le sue parole, sentito le sue opinioni, letto i suoi libri: ci ha contagiato di passione, ma anche di senso critico; ci ha incantato con le sue trovate, ma anche insegnato il disincanto necessario a maneggiare le parole, a formulare pensieri, a proporre punti di vista interessanti, che in altri termini, significa come gestire le idee.

"Siamo stati un po' tutti suoi allievi". Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb).
“Siamo stati un po’ tutti suoi allievi”. Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb. La foto è di Enrico Scuro e ritrae Umberto Eco nel 1977 in assemblea al DAMS di Bologna).
Siamo stati un po’ tutti suoi allievi, perché abbiamo appreso volentieri la sua lezione: comunicare è un’attività che va fatta con cura, buongusto, intelligenza. Perché popolare non significa mediocre; perché perseguire il bello non è aristocratico.

Oggi ci sentiamo un po’ più soli nella titanica lotta, quotidiana e senza quartiere, contro il Banale, analogico e digitale. Addio a Umberto Eco. Think boldly.

Contro il banale, analogico e digitale.

A che serve un copywriter?

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”, ha scritto Italo Calvino.
Dovrebbe essere scritto sulla bacheca ideale di ogni copywriter, così come “la legge è uguale per tutti” è scritto in ogni aula di giustizia. scrivere-un-libro-non-e-semplicemente-scriver-L-zZVP17

La leggerezza è saper scrivere per dire, argomentare e raccontare le cose di ogni marca, di ogni prodotto e servizio con la voglia di essere accolti con stima, affetto e ragionevolezza. Per provocare quel “non mi ricordo dove ho letto che, ma sono convinto che…” che un titolo, un testo, un post, uno speaker, uno slogan, un payoff, una tag, un claim, un radiocomunicato, lo script di un film, il testo di una brochure o di un volantino o il comunicato stampa o il discorso di un uomo pubblico dovrebbero sempre lasciare, con arguzia, nella memoria di ogni lettore o ascoltatore. Un lettore di giornali, di poster e di post. Un lettore di carta e di digitale. Lettori, ascoltatori, telespettatori, pubblico: ecco i veri committenti di un copywriter

Scrivere cose che rimangano significa andare oltre e più in alto delle mode, del conformismo e del sentito dire e dell’ansia commerciale. Degli stessi mezzi di comunicazione di massa. Bisogna farsi leggere anche da chi non c’ha tempo, né voglia, né intenzione. Diventare i ventriloqui delle sensazioni che danno vita a ragionamenti, che producono intenzioni, che diventano fatti: una buona sensazione che diventa un fatto concreto, per esempio una vendita o un acquisto. Che rilascino la sensazione piena di essere entrato a far parte di un mondo, non solo di essere entrato in possesso di una merce.

Questo è un copywriter. Scrive cose che producono i sentimenti delle cose. Così stanno le cose. Think boldly.

A che serve un copywriter?

Pubblicità italiana: siamo a più qualcosa o a qualcosa in più?

Secondo le stime, condivise da vari enti che si occupano della conta, la pubblicità italiana dovrebbe aver guadagnato un + 1,4% a fine 2015 e affrontare il 2016 con l’obiettivo di un +3 o 4%. Si tratta di una buona notizia?

Se consideriamo il perimetro complessivo, possiamo vedere come la crisi da un lato e le innovazioni tecnologiche dall’altro abbiano “ristretto” il mercato della comunicazione commerciale italiana ben oltre il 35%, rispetto al 2008.

Se, invece, guardiamo la tendenza, apparirebbe che la caduta libera sia – se non in arresto – almeno in frenata. Come si sa, di questi tempi, quando si parla di parametri economici la matematica diventa un’opinione, da agitare per creare suggestioni ottimistiche.
Vale per la politica, per la finanza, per l’economia globale, ovvio valga per la pubblicità: più che sulla realtà, si lavora sulla percezione della ripresa.

Noi, che siamo alquanto stanchi di proclami, di convegni e di previsioni, ci siamo posti una domanda. Che è questa: di fronte agli straordinari mutamenti, che la crisi e l’innovazione hanno imposto, dobbiamo fare di più o fare di meglio?

In tempi di crisi e di cambiamenti, la matematica diventa un'opinione.
In tempi di crisi e di cambiamenti, la matematica diventa un’opinione.
Diciamolo: per noi si uscirà dalla crisi quando la pubblicità italiana saprà fare molto, ma molto meglio di quello che ha fatto finora. Think boldly.

Pubblicità italiana: siamo a più qualcosa o a qualcosa in più?

Pubblicità: vecchi vizi, in attesa di nuove virtù.

Succede spesso, troppo spesso: all’improvviso un pop up ti si para tra gli occhi e il testo che stai leggendo su un sito di news. La vecchia idea di interrompere la visione con uno spot pubblicitario trasmigra dalla tv al web. Con la differenza che in questo ambiente è insopportabile, tanto da risultare del tutto inappropriato, e dunque irritante, in definitiva del tutto controproducente. Sì certo, gli analitics diranno che l’inserzione è stata vista da chissà quante migliaia di vittime di questa proditoria incursione. Come ai tempi di Auditel, la quantità dà l’idea al committente di aver ben speso i suoi soldi in pubblicità. Però il web richiederebbe una maggiore cura dell’utente. Sbattergli in faccia un annuncio è sintomo di pigrizia del marchio committente e di sciatteria del sito che ne ospita la pubblicità. Sull’assenza di creatività, sia da parte dell’agenzia creativa che di quella media caleremo per il momento un velo di tristezza. Think boldly.

La pubblicità intrusiva sul web è un residuo del vecchio modo di fare pubblicità in tv.
La pubblicità intrusiva sul web è un residuo del vecchio modo di fare pubblicità in tv.

Pubblicità: vecchi vizi, in attesa di nuove virtù.