Contro il banale, analogico e digitale.

Tributiamo un omaggio a una persona colta, intelligente e arguta. Ci ha aiutato a capire il valori e i disvalori della comunicazione. A volte è stato bussola, altre sestante nell’immenso mare, spesso torbido e agitato, in cui si svolge la nostra professione.

Abbiamo ascoltato le sue parole, sentito le sue opinioni, letto i suoi libri: ci ha contagiato di passione, ma anche di senso critico; ci ha incantato con le sue trovate, ma anche insegnato il disincanto necessario a maneggiare le parole, a formulare pensieri, a proporre punti di vista interessanti, che in altri termini, significa come gestire le idee.

"Siamo stati un po' tutti suoi allievi". Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb).
“Siamo stati un po’ tutti suoi allievi”. Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb. La foto è di Enrico Scuro e ritrae Umberto Eco nel 1977 in assemblea al DAMS di Bologna).
Siamo stati un po’ tutti suoi allievi, perché abbiamo appreso volentieri la sua lezione: comunicare è un’attività che va fatta con cura, buongusto, intelligenza. Perché popolare non significa mediocre; perché perseguire il bello non è aristocratico.

Oggi ci sentiamo un po’ più soli nella titanica lotta, quotidiana e senza quartiere, contro il Banale, analogico e digitale. Addio a Umberto Eco. Think boldly.

Contro il banale, analogico e digitale.

A che serve un copywriter?

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”, ha scritto Italo Calvino.
Dovrebbe essere scritto sulla bacheca ideale di ogni copywriter, così come “la legge è uguale per tutti” è scritto in ogni aula di giustizia. scrivere-un-libro-non-e-semplicemente-scriver-L-zZVP17

La leggerezza è saper scrivere per dire, argomentare e raccontare le cose di ogni marca, di ogni prodotto e servizio con la voglia di essere accolti con stima, affetto e ragionevolezza. Per provocare quel “non mi ricordo dove ho letto che, ma sono convinto che…” che un titolo, un testo, un post, uno speaker, uno slogan, un payoff, una tag, un claim, un radiocomunicato, lo script di un film, il testo di una brochure o di un volantino o il comunicato stampa o il discorso di un uomo pubblico dovrebbero sempre lasciare, con arguzia, nella memoria di ogni lettore o ascoltatore. Un lettore di giornali, di poster e di post. Un lettore di carta e di digitale. Lettori, ascoltatori, telespettatori, pubblico: ecco i veri committenti di un copywriter

Scrivere cose che rimangano significa andare oltre e più in alto delle mode, del conformismo e del sentito dire e dell’ansia commerciale. Degli stessi mezzi di comunicazione di massa. Bisogna farsi leggere anche da chi non c’ha tempo, né voglia, né intenzione. Diventare i ventriloqui delle sensazioni che danno vita a ragionamenti, che producono intenzioni, che diventano fatti: una buona sensazione che diventa un fatto concreto, per esempio una vendita o un acquisto. Che rilascino la sensazione piena di essere entrato a far parte di un mondo, non solo di essere entrato in possesso di una merce.

Questo è un copywriter. Scrive cose che producono i sentimenti delle cose. Così stanno le cose. Think boldly.

A che serve un copywriter?