Se gli operai protestano in latino.

“Anche l’operaio vuole il figlio dottore”, recitava una strofa di una famosa canzone del Sessantotto, che risuonava nelle Università occupate quando in Italia, sulla spinta teorica-pratica dell’operaismo, avvenne la “fusione a caldo” tra operai e studenti, che diede vita al famoso Autunno Caldo, appunto.

Oggi succede che lo striscione con cui si sono aperti i cortei operai a Genova, per protestare contro l’eventuale “svendita” dello stabilimento Ilva, siano stati aperti da una famosa frase latina: “Pacta servanda sunt” (i patti devono essere osservati).

La protesta degli operai dell'ulva di Genova.
La protesta degli operai dell’Ilva di Genova.

In un paese nel quale i mezzi di comunicazione di massa sono convinti che bisogna abbassare il livello culturale, altrimenti “la gente” non capisce; e che questa convinzione ha persuaso gli uffici marketing della maggioranza delle aziende; e che questa diceria ha talmente contagiato la politica da assistere in tv a strampalati, quanto penosi funambolismi retorici da mercato del pesce; insomma, in un paese in cui ci si preoccupa di più di come dire, invece che concentrarsi sul cosa e a chi dirlo, che gli operai dell’Ilva di Genova se ne siano usciti con una precisa citazione latina è un’anomalia talmente affascinante che meriterebbero di vincere la loro vertenza anche solo per questo. Think boldly

Se gli operai protestano in latino.

Chi è riuscito a fare dell’Italia un paese così scemo?

Un uomo compra un fucile giocattolo per il figlio. Se lo porta in giro in metropolitana, attraversa la stazione ferroviaria, poi sale su un treno e se ne va al suo paese, scende dal treno monta sul pullman e finalmente se ne torna a casa sua. E fa il suo regalo al figlio.

Nel frattempo scoppia un pandemonio. Siamo a Roma, un cittadino coscienzioso telefona ai carabinieri: c’è uno che sembra straniero che va in giro per la Stazione Termini armato con un fucile. Scatta l’allarme, la stazione viene evacuata. Si cercano immagini delle telecamere a circuito chiuso. Le indagini raggiungono il malcapitato che a casa sua mostra il giocattolo, ha fatto niente di male, solo un regalo al figlio.

Qualcuno dirà: ma ti pare il caso di regalare un’arma, ancorché giocattolo a un bambino? Giusto. Ma la risposta potrebbe anche essere: e a voi pare giusto giocare alla guerra al terrorismo contro un povero cristo che se ne torna a casa dalla sua famiglia?

Abbiamo sentito dire da Cristina Parodi, che conduce un programma del pomeriggio sulla tv pubblica: sembrava uno straniero. Ecco fatto! Eccola l’origine della stupidità in cui è stato scaraventato il nostro spaventato paese. No, signora Parodi: quello non era vestito da straniero, era vestito da pendolare. Non era un terrorista, ma è stato terrorizzato.

Si è sentito parlare di procurato allarme, reato per il quale l’ignaro pizzettiere di Anagni potrebbe essere denunciato.

Non scherziamo: non basterebbero le carceri italiane a detenere tutti quelli che ogni giorno in Italia procurano allarmi, proclamano emergenze e sputano sentenze. Compresa la signora Parodi, alla quale ci permettiamo di ricordare che il senso della misura nel dare e commentare le notizie non è semplicemente una regola del bon ton, ma un preciso dovere deontologico di chi fa informazione. Think boldly.

Il caso del fucile giocattolo: "Qui chi non terrorizza si ammala di terrore", cantava Fabrizio De Andrè.
Il caso del fucile giocattolo: “Qui chi non terrorizza si ammala di terrore”, cantava Fabrizio De Andrè.

Chi è riuscito a fare dell’Italia un paese così scemo?

La qualità scadente della comunicazione politica.

Un copywriter italiano ha mostrato, e postato su Facebook -in una pagina intitolata “Un posto al copy”- la foto di un manifesto elettorale per le prossime elezioni comunali a Milano. Ha detto che la qualità dell’offerta politica era bassa. Personalmente, direi inconsistente. Il candidato in oggetto ebbe in passato un miglior approccio con la pubblicità, ma erano altri tempi e lui faceva un altro mestiere.

Tuttavia questo mi sembra un esempio “emblematico” del rapporto tra la politica e la comunicazione politica. Ed è per questo che la prendo in prestito.

Infatti, da qualche tempo a questa parte questo rapporto è degenerato nella più bieca stupidità. Le cose vanno così: il candidato commissiona una ricerca, chi gliela dà cambia il nome e qualche numero, che tanto è quella che vendono a tutti gli altri. Il candidato ha attorno un certo numero di “volpi del deserto” che gli danno consigli bolliti prima ancora di essere scodellati.

Risultato? Lo potete leggere da voi sul manifesto in questione, che pubblico per dimostrare quanta banalità stia per mobilitarsi.

Mentre devo precisare che non ho nulla di personale nei confronti del candidato in questione, devo far presente che un tempo i partiti avevano sensori sul territorio. Oggi hanno sondaggisti in sala riunioni. Un tempo un copywriter traduceva idee politiche in parole e concetti che cercavano la via della memorabilità. Oggi un copywriter al massimo cerca di dire che quello che dice il candidato potrebbe avere un senso. Nello specifico cosa si capisce dal manifesto? Una cosa sola: il candidato non è di sinistra. A che serve?

Ho usato paragoni temporali non tanto e non solo per dimostrare che più il tempo passa e peggio la politica si relaziona con la comunicazione in modo corretto. Ma soprattutto per dire che se non ci sono idee politiche, come diavolo fanno a venir fuori idee di comunicazione? Anche solo volendo fare semplicemente propaganda, come si farebbe a dire cose almeno sensate?

Non è difficile prevedere che la prossima tornata elettorale sarà un laboratorio antropologico, in cui l’inconsistenza dell’offerta politica giocherà a nascondino con la chiarezza della comunicazione politica. Think boldly.

La comunicazione politica in Italia è sempre più banale, confusa e scadente.
La comunicazione politica in Italia è sempre più banale, confusa e scadente.

La qualità scadente della comunicazione politica.

A che serve un copywriter?

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”, ha scritto Italo Calvino.
Dovrebbe essere scritto sulla bacheca ideale di ogni copywriter, così come “la legge è uguale per tutti” è scritto in ogni aula di giustizia. scrivere-un-libro-non-e-semplicemente-scriver-L-zZVP17

La leggerezza è saper scrivere per dire, argomentare e raccontare le cose di ogni marca, di ogni prodotto e servizio con la voglia di essere accolti con stima, affetto e ragionevolezza. Per provocare quel “non mi ricordo dove ho letto che, ma sono convinto che…” che un titolo, un testo, un post, uno speaker, uno slogan, un payoff, una tag, un claim, un radiocomunicato, lo script di un film, il testo di una brochure o di un volantino o il comunicato stampa o il discorso di un uomo pubblico dovrebbero sempre lasciare, con arguzia, nella memoria di ogni lettore o ascoltatore. Un lettore di giornali, di poster e di post. Un lettore di carta e di digitale. Lettori, ascoltatori, telespettatori, pubblico: ecco i veri committenti di un copywriter

Scrivere cose che rimangano significa andare oltre e più in alto delle mode, del conformismo e del sentito dire e dell’ansia commerciale. Degli stessi mezzi di comunicazione di massa. Bisogna farsi leggere anche da chi non c’ha tempo, né voglia, né intenzione. Diventare i ventriloqui delle sensazioni che danno vita a ragionamenti, che producono intenzioni, che diventano fatti: una buona sensazione che diventa un fatto concreto, per esempio una vendita o un acquisto. Che rilascino la sensazione piena di essere entrato a far parte di un mondo, non solo di essere entrato in possesso di una merce.

Questo è un copywriter. Scrive cose che producono i sentimenti delle cose. Così stanno le cose. Think boldly.

A che serve un copywriter?

Alla RAI sono le idee a essere in bolletta.

Lo avete sentito come fosse un mantra, alla fine di ogni telegiornale delle reti pubbliche:
“Da quest’anno pagare il canone tv sarà più facile e conveniente e sarà possibile pagarlo comodamente…”.

C’è da rabbrividire: mettere in bocca a un giornalista le parole di uno speaker pubblicitario è talmente cacofonico che ogni volta sembra una parodia della pubblicità.

...mettere in bocca a un giornalista le parole di uno speaker pubblicitario è talmente cacofonico che ogni volta sembra una parodia della pubblicità...
…mettere in bocca a un giornalista le parole di uno speaker pubblicitario è talmente cacofonico che ogni volta sembra una parodia della pubblicità…
Contemporaneamente, sembra la satira feroce del giornalismo televisivo italiano.

Insomma, un errore di comunicazione che dall’idea iniziale all’esecuzione finale andrebbe studiato nelle facoltà universitarie, non tanto di “Scienza della comunicazione”, quanto di Medicina, nel corso di specializzazione di “Igiene mentale”.

Una domanda, come si diceva una volta, sorge spontanea: perché non dare semplicemente la notizia, argomentandola molto seriamente, che dovrebbe essere il mestiere del giornalista?

Visto che ci siamo: perché non fare, nei break pubblicitari, una bella e ricca campagna pubblicitaria, multi-soggetto che racconti facilità, vantaggi e comodità del nuovo modo di pagare il canone?

E perché non pianificarla su tutti i canali televisivi, compresi quelli privati e commerciali, visto che si tratta di un obbligo fiscale che riguarda tutti i cittadini, possessori di un apparecchio televisivo?

A quanto pare in RAI a essere in bolletta sono le buone idee. Eppure, un argomento c’era, ed era bello forte: abbiamo fatto in modo che il canone lo paghino tutti e per questo il prezzo è diminuito per tutti.

In un paese come il nostro, una campagna pubblicitaria così sarebbe stata un bomba, più forte di quella strombazza da Kim Jong-un. Think boldly.

Alla RAI sono le idee a essere in bolletta.

Mettete e fate mettere il preservativo.

È una pessima notizia, cazzo! Sembrerebbe che dal 2007 a oggi le vendite di preservativi siano calate del 13%. E di pari passo siano aumentate le malattie trasmissibili sessualmente, dall’Aids alla gonorrea, insomma lo “scolo”, che si cura con antibiotico, ma che fa anche un po’ schifo, oltre che causare l’infertilità.

Per il maledetto meccanismo tra domanda e offerta, succede che i preservativi costino sempre di più. Bisognerebbe che il Ministero della salute intervenisse con una campagna pubblicitaria. E che la stessa cosa facessero le regioni, cui la gestione della sanità pubblica è demandata. E che intervenisse la grande distribuzione, mettendo in vendita nei supermercati preservativi, magari col 3×2. E visto che ci piace spesso essere esterofili, allora sarebbe il caso di seguire l’esempio di Londra, dove 700 centri pubblici distribuiscono gratuitamente i preservativi. È ora di smetterla di trattare il sesso coi guanti bianchi. Meglio il “guanto”. Think boldly.

È pericoloso trattare il sesso coi guanti bianchi, meglio coi preservativi.
È pericoloso trattare il sesso coi guanti bianchi, meglio coi preservativi.

Mettete e fate mettere il preservativo.

Pubblicità italiana: siamo a più qualcosa o a qualcosa in più?

Secondo le stime, condivise da vari enti che si occupano della conta, la pubblicità italiana dovrebbe aver guadagnato un + 1,4% a fine 2015 e affrontare il 2016 con l’obiettivo di un +3 o 4%. Si tratta di una buona notizia?

Se consideriamo il perimetro complessivo, possiamo vedere come la crisi da un lato e le innovazioni tecnologiche dall’altro abbiano “ristretto” il mercato della comunicazione commerciale italiana ben oltre il 35%, rispetto al 2008.

Se, invece, guardiamo la tendenza, apparirebbe che la caduta libera sia – se non in arresto – almeno in frenata. Come si sa, di questi tempi, quando si parla di parametri economici la matematica diventa un’opinione, da agitare per creare suggestioni ottimistiche.
Vale per la politica, per la finanza, per l’economia globale, ovvio valga per la pubblicità: più che sulla realtà, si lavora sulla percezione della ripresa.

Noi, che siamo alquanto stanchi di proclami, di convegni e di previsioni, ci siamo posti una domanda. Che è questa: di fronte agli straordinari mutamenti, che la crisi e l’innovazione hanno imposto, dobbiamo fare di più o fare di meglio?

In tempi di crisi e di cambiamenti, la matematica diventa un'opinione.
In tempi di crisi e di cambiamenti, la matematica diventa un’opinione.
Diciamolo: per noi si uscirà dalla crisi quando la pubblicità italiana saprà fare molto, ma molto meglio di quello che ha fatto finora. Think boldly.

Pubblicità italiana: siamo a più qualcosa o a qualcosa in più?

La comunicazione politica ai tempi di Barak Obama.

Ci sono occasioni in cui la politica riesce a smarcarsi dalla sua subalternità alla finanza e al commercio globali, ma anche dai lacci e laccioli con cui la comunicazione vorrebbe imbrigliarla. Ultimamente una di queste occasioni si è presentata in occasione del discorso su “lo stato dell’unione” di Barak Obama, l’ultimo visto che il suo secondo mandato alla Casa Bianca è al temine.

Obama ha criticato tutti quelli che hanno paura “dello straordinario cambiamento che viviamo”, quelli che ci invitano a “temere l’avvenire” e a “ripristinare dogmi di un passato glorioso e tranquillo”. Il presidente ha ricordato che al cambiamento non bisogna rispondere con “la paura” ma con “la fiducia in ciò che siamo e in ciò che difendiamo”.

Secondo Bernard Guetta, di France Inter, di cui Internazionale ha pubblicato la riflessione, a questa inutile nostalgia Obama ha opposto l’analisi del tempo presente, che offre nuove possibilità al genere umano anche se minaccia l’occupazione con l’automazione delle mansioni e permette “alle grandi imprese di trasferirsi dove più gli conviene, tradendo le proprie radici, concentrando i patrimoni al vertice della scala sociale e lasciando ai lavoratori salari più bassi”.

Dunque, nel suo ultimo discorso sullo stato dell’unione pronunciato martedì, una sorta di testamento politico, il presidente è apparso più vicino all’incarnazione più recente di una sinistra occidentale ovunque in crisi.

In definitiva, Obama ha ribaltato il paradigma che è sembrato paralizzare la sinistra in Europa: non è la sinistra, ma la destra che non è più in grado di capire la modernità, che si arrocca nei suoi timori corporativi. Un nuovo positivismo scientifico, una nuova idea progressista come chiave di volta per i partiti di centrosinistra europei, per svincolarli da quella subalternità all’ideologia neoliberista che li ha portati a perdere terreno, consensi, visione e ambizioni di governo.

L'ultimo discorso su "lo stato dell'unione" di Barak Obama.
L’ultimo discorso su “lo stato dell’unione” di Barak Obama.

In definitiva, Obama ci ricorda che saper comunicare non è la destrezza coi cui si utilizzano gli strumenti e le tecniche. Per comunicare con efficacia è necessario avere buone idee, una visione d’insieme e il coraggio di battersi per essa. Think boldly.

La comunicazione politica ai tempi di Barak Obama.

Quella bomba è una campagna pubblicitaria.

Secondo quanto si apprende, la bomba H nordcoreana più che un atto di guerra è stato un flash mob. Infatti, più che di un a bomba, si sarebbe trattato di un “petardo atomico”, fatto esplodere sottoterra per richiamare l’attenzione del mondo sulla questione non ancora risolta delle relazioni internazionali con la Corea del Nord.

È stato fatto trapelare, attraverso la stampa, che l’ordigno fosse alquanto dimostrativo, di scarsa potenza -pochi kiloton- se si dovessero paragonare ai test nucleari condotti dagli Usa o dalla Francia.

Il Pentagono mette in dubbio addirittura si tratti di un’atomica all’idrogeno.

D’altro canto, l’enfasi con cui le autorità di Pyongyang hanno gestito la notizia, addirittura richiamando in servizio la più popolare speaker ufficiale della tv, farebbe pensare a una messa in scena.

Sembra che il nuovo corso in Corea del Nord voglia portare a termine le trattative cominciate alla fine degli Anni Novanta, all’epoca dell’Amministrazione Clinton per porre fine all’embargo economico e all’ostracismo della comunità internazionale nei confronti del Paese. Trattative congelate dall’Amministrazione Bush, che certo non ha mai brillato per lungimiranza diplomatica.

A quanto pare, attualmente la Corea del Nord è un paese con un’economia sana, in crescita, tanto da indurre molti esuli a ritornare. E pare anche che Kim Jong Un, l’ultimo della dinastia, che ha studiato in Svizzera, sia intenzionato a portare il paese fuori dalla Guerra Fredda. Vedremo.

Qui a noi interessa sottolineare fino a che punto è capace di arrivare la comunicazione in quest’era di simulazioni, terrori e manipolazioni: una volta, con von Clausewitz pensavamo “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”.
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Con Kim Jong Un oggi abbiamo imparato come manipolare i neutroni di una bomba all’idrogeno per farli esplodere tra i neuroni del cervello dei leader e delle opinioni pubbliche del mondo. Think boldly.

Quella bomba è una campagna pubblicitaria.