Quando l’informazione ci piglia per stolti.

Tutti conoscono il proverbio che vuole che il saggio mostri la luna, ma lo stolto guardi il dito. Ogni tanto, per non dire sempre più spesso, succede che siamo tutti stolti, perché i mass media, ma anche i social continuano a sventolarci davanti al naso il loro indice e quindi della luna se ne perdono le tracce.

È infatti successo che sia stata pubblicata una foto che ritrae il senatore Mario Monti, intento alla lettura di alcuni fogli, seduto sui gradini delle scale interne una di una struttura ospedaliera milanese.

E giù tutti a tessere le lodi di un uomo sobrio e riservato. Mentre, più concretamente e seriamente, la prima cosa che a uno dovrebbe venire in mente è: ma che razza di ospedale è quello in cui uno si deve sedere sul gradino delle scale, invece che su una sedia, in una sala d’aspetto?

Non sarebbe forse stato questo il compito della stampa, cioè “indicare” non tanto quello che si vede, ma guardare più in là, fino a mostrare quello che quella foto significa? Desiderare che l’informazione italiana sia un gradino più alto del pettegolezzo e della piaggeria è chiedere la luna? Think boldly.

Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un accogliente sala d'aspetto.
Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un’accogliente sala d’aspetto.

Quando l’informazione ci piglia per stolti.

Chi è riuscito a fare dell’Italia un paese così scemo?

Un uomo compra un fucile giocattolo per il figlio. Se lo porta in giro in metropolitana, attraversa la stazione ferroviaria, poi sale su un treno e se ne va al suo paese, scende dal treno monta sul pullman e finalmente se ne torna a casa sua. E fa il suo regalo al figlio.

Nel frattempo scoppia un pandemonio. Siamo a Roma, un cittadino coscienzioso telefona ai carabinieri: c’è uno che sembra straniero che va in giro per la Stazione Termini armato con un fucile. Scatta l’allarme, la stazione viene evacuata. Si cercano immagini delle telecamere a circuito chiuso. Le indagini raggiungono il malcapitato che a casa sua mostra il giocattolo, ha fatto niente di male, solo un regalo al figlio.

Qualcuno dirà: ma ti pare il caso di regalare un’arma, ancorché giocattolo a un bambino? Giusto. Ma la risposta potrebbe anche essere: e a voi pare giusto giocare alla guerra al terrorismo contro un povero cristo che se ne torna a casa dalla sua famiglia?

Abbiamo sentito dire da Cristina Parodi, che conduce un programma del pomeriggio sulla tv pubblica: sembrava uno straniero. Ecco fatto! Eccola l’origine della stupidità in cui è stato scaraventato il nostro spaventato paese. No, signora Parodi: quello non era vestito da straniero, era vestito da pendolare. Non era un terrorista, ma è stato terrorizzato.

Si è sentito parlare di procurato allarme, reato per il quale l’ignaro pizzettiere di Anagni potrebbe essere denunciato.

Non scherziamo: non basterebbero le carceri italiane a detenere tutti quelli che ogni giorno in Italia procurano allarmi, proclamano emergenze e sputano sentenze. Compresa la signora Parodi, alla quale ci permettiamo di ricordare che il senso della misura nel dare e commentare le notizie non è semplicemente una regola del bon ton, ma un preciso dovere deontologico di chi fa informazione. Think boldly.

Il caso del fucile giocattolo: "Qui chi non terrorizza si ammala di terrore", cantava Fabrizio De Andrè.
Il caso del fucile giocattolo: “Qui chi non terrorizza si ammala di terrore”, cantava Fabrizio De Andrè.

Chi è riuscito a fare dell’Italia un paese così scemo?

Alla RAI sono le idee a essere in bolletta.

Lo avete sentito come fosse un mantra, alla fine di ogni telegiornale delle reti pubbliche:
“Da quest’anno pagare il canone tv sarà più facile e conveniente e sarà possibile pagarlo comodamente…”.

C’è da rabbrividire: mettere in bocca a un giornalista le parole di uno speaker pubblicitario è talmente cacofonico che ogni volta sembra una parodia della pubblicità.

...mettere in bocca a un giornalista le parole di uno speaker pubblicitario è talmente cacofonico che ogni volta sembra una parodia della pubblicità...
…mettere in bocca a un giornalista le parole di uno speaker pubblicitario è talmente cacofonico che ogni volta sembra una parodia della pubblicità…
Contemporaneamente, sembra la satira feroce del giornalismo televisivo italiano.

Insomma, un errore di comunicazione che dall’idea iniziale all’esecuzione finale andrebbe studiato nelle facoltà universitarie, non tanto di “Scienza della comunicazione”, quanto di Medicina, nel corso di specializzazione di “Igiene mentale”.

Una domanda, come si diceva una volta, sorge spontanea: perché non dare semplicemente la notizia, argomentandola molto seriamente, che dovrebbe essere il mestiere del giornalista?

Visto che ci siamo: perché non fare, nei break pubblicitari, una bella e ricca campagna pubblicitaria, multi-soggetto che racconti facilità, vantaggi e comodità del nuovo modo di pagare il canone?

E perché non pianificarla su tutti i canali televisivi, compresi quelli privati e commerciali, visto che si tratta di un obbligo fiscale che riguarda tutti i cittadini, possessori di un apparecchio televisivo?

A quanto pare in RAI a essere in bolletta sono le buone idee. Eppure, un argomento c’era, ed era bello forte: abbiamo fatto in modo che il canone lo paghino tutti e per questo il prezzo è diminuito per tutti.

In un paese come il nostro, una campagna pubblicitaria così sarebbe stata un bomba, più forte di quella strombazza da Kim Jong-un. Think boldly.

Alla RAI sono le idee a essere in bolletta.

Bisogna che Auditel si faccia un bello spot.

Quelli di Auditel il 2015 se lo ricorderanno a lungo. Prima la sospensione della diffusione dei dati, poi un collaboratore sbaglia l’invio di una e-mail di servizio alle famiglie dello vecchio storico campione di 5666. Patatrac: la e-mail ha rivelato a tutte le famiglie l’indirizzo e-mail di ogni altra, così infrangendo il vincolo della riservatezza che è la base della tenuta metodologica del panel. Disastro su tutta la linea.

Per questo, Nielsen “commissaria” Auditel: stanno alacremente lavorando per arrivare entro giugno 2016 a una completa ricostituzione dello storico campione di 5666 famiglie, a cui affiancare un super panel, così da arrivare a 10 mila 566 famiglie sotto osservazione.

Ma ecco in agguato un altro passo falso: perché proprio sul finire dall’anno, pare Nielsen abbia invitato a far parte del nuovo super panel un dirigente televisivo, la qual cosa è ovviamente non corretta né legalmente lecita. L’interessato non si è fatto sfuggire l’occasione per sbeffeggiare Auditel.

A questo punto c’è una vera e propria crisi di credibilità, che l’operazione in corso a cura di Nielsen può forse risolvere tecnicamente, ma la reputazione è compromessa, sia agli occhi degli addetti ai lavori che dell’opinione pubblica.

Che fare? Qui ci vuole una decisione energica, una specie di uso parziale e alternativo della legge del contrappasso: nata per misurare l’efficacia della pubblicità, bisogna che Auditel stessa si faccia buona pubblicità. Dunque, urge una campagna istituzionale

Auditel in crisi.
Auditel in crisi.
che dica a tutti quanto sarà buona, bella e affidabile. Coraggio. Think boldly.

Bisogna che Auditel si faccia un bello spot.

Ragionevolezza.

Chiara Poggi.
Chiara Poggi.
“Non dovete dimenticare che questa è una tragedia che ha colpito due famiglie”, ha detto la madre di Chiara Poggi, per l’omicidio della quale è stata confermata la condanna del colpevole dalla Cassazione. Un pensiero per la famiglia Stasi, il cui figlio è stato ritenuto colpevole dell’omicidio di Chiara.

Colpisce la ragionevolezza di persone che vengono davanti alla telecamere in occasione del dolore più grande che un adulto deve sopportare, la morte di un figlio.

Nessun sentimento di vendetta, ma una profonda compostezza. Ci eravamo emozionati di fronte al medesimo atteggiamento di pubblica sobrietà nel mostrare il proprio dolore, da parte dei famigliari in occasione dell’uccisione a Parigi di Valeria Solesin.

La televisione è capace di mettere tutto in un unico frullatore, in cui perdere il senso della misura. Anzi, è la costante ricerca del superamento del limite che determina il successo dei programmi, secondo Auditel. Tutti coloro che parlano davanti a una telecamera sembrano recitare il ruolo macrabo del ripudio del rispetto, verso gli altri e dunque di fronte a se stessi. Ci è stato spiegato fosse inevitabile. Poi scopriamo che tutto questi argomenti sono falsi.

Le brave persone, anche sotto la pressione di un grande dolore riescono a costringere la tv a tornare nel mondo reale, quello fatto di persone consapevoli di ciò che dichiarano davanti milioni di telespettatori. I signori Poggi e i signori Solesin non hanno studiato come si appare in tv, non hanno usato espedienti per conquistare consenso e notorietà. Hanno detto quello che sentivano e, sapendo fosse giusto, lo hanno semplicemente dichiarato, giustamente preoccupati più che di loro stessi, della memoria positiva da associare alle figlie tragicamente stroncate nel fiore dei loro anni.

Un modo pulito di fare tv c’è. Fa bene all’informazione, all’intrattenimento e anche alla pubblicità. Non sarebbe giunto il momento di pretendere maggiore attenzione alla qualità delle cose che si vedono e si sentono attraverso quella selva di canali televisivi che affollano l’etere in Italia? Think boldly.

Ragionevolezza.

Non avrai altro dio all’infuori della tv.

Bruno Vespa
Bruno Vespa

Credevate di vivere in un paese moderno?  Prendete nota:

“La TV  continua ad essere frequentata, quotidianamente, da 8 italiani su 10. Perlopiù, come si è detto, in combinazione con altri media. Ma per oltre 2 su 10 (per la precisione: il 22%) si tratta dell’unico luogo attraverso cui si accede all’informazione. Si tratta di settori sociali definiti. Soprattutto donne, casalinghe, di età medio-alta e di istruzione medio-bassa, residenti nel Mezzogiorno e nelle Isole.

Un tempo, elettori ed elettrici “fedeli” dei partiti “governativi”. Da qualche anno, però, sono divenuti più incerti e distaccati. Quelli che decidono all’ultimo se e per chi votare. Il loro voto (o non-voto) è, dunque, strategico ai fini del risultato. Non per nulla, nelle campagne elettorali recenti, tutti i principali leader, anche i più critici verso l’informazione TV e chi la guida, si sono, puntualmente, recati nei salotti e nei talk televisivi. Per primi: quelli più “istituzionali”. In particolare, a Porta a Porta, ospiti di Bruno Vespa”. Lo pubblica Repubblica, lo dice Ilvo Diamanti.

Bisogna credergli. Perché la tv in Italia è diventata il primo grande ostacolo della correttezza in comunicazione. Una volta la “contro-informazione” era appannaggio delle minoranze politiche che si battevano contro, appunto, la versione ufficiale del potere. Fornivano un altro punto di vista. Oggi la contro-informazione la fanno i talk show: influiscono sulla capacità  di farsi un’opinione scevra da condizionamenti, confezionano verità su misura degli ospiti in studio. In Italia sembrerebbe che  il “mainstream” passi impetuoso per la tv, per le tv.

Che la tv continui a essere schiava della politica non è un bene, neanche per la comunicazione commerciale. Think boldly.

Non avrai altro dio all’infuori della tv.