Una Pasqua preoccupata.

A quasi metà della prima metà dell’anno, si dovrebbero sentire gli effetti di una lieve ripresa. Ma sembrerebbero tardare sia il fatto in sé che la sua percezione. In compenso, alcuni gravi episodi di politica estera creano turbative sia economiche che belliche, non solo in Europa, ma in giro per il mondo. La ricerca di nuovi equilibri crea forti e a volte pericolose tensioni. Si usa la pancia, invece che la testa; l’esibizione della forza, invece che l’uso dell’intelligenza. Il mondo è poco creativo. Think boldly.

Pasqua 2017.

Una Pasqua preoccupata.

Le uova nel paniere.

Deboli sussurri, impercettibili sussulti, qualche sguardo, non completamente lucido: la pubblicità italiana sta uscendo dal coma in cui versa da anni, dopo l’impatto violento contro la crisi globale.

Siamo ben lontani da una vera e propria ripresa psicofisica, tuttavia il paziente è vigile. La riabilitazione sarà lunga e dolorosa. E non sarà solo una questione di ricostituire i muscoli e le articolazioni, o di rimettere in moto correttamente gli organi interni. Il crollo fu tale da rendere necessaria una vera e propria attività di rigenerazione neurologica.

Insomma, per uscire di metafora, c’è bisogno di una dose massiccia di creatività, di pensieri nuovi, di idee forti che sappiano riconquistarsi la loro centralità nei processi decisionali e operativi della comunicazione commerciale, nell’era digitale. E bisogna farlo in fretta, e comunque prima che qualche ulteriore scossone finanziario urti il paniere e rompa le uova ancora fresche.

Buona-PasquaA proposito di uova: buone giornate di Pasqua ai nostri lettori. Think boldly.

Le uova nel paniere.

Qualcuno ci ricorda cosa ha insegnato Pirella alla pubblicità italiana.

Piero Santonastaso, giornalista che ha per anni lavorato a Il Messaggero di Roma, nel profilo Facebook “Rassegnata stamp”, il cui titolo segnalo per evidente stato avanzato di arguzia, ci mostra la pochezza di creatività nelle aperture dei quotidiani italiani di oggi, a fronte degli attentati terroristici di ieri a Bruxelles.

In effetti, confrontati con quelli di altri paesi europei, i fogli nostrani brillano per un deprimente provincialismo.
Le sue osservazioni cadono oggi nel sesto triste anniversario della scomparsa di Emanuele Pirella, importante creativo pubblicitario. Pirella contribuì a formare più di una generazione di creativi che non si accontentavano di fare ciò che il mercato chiedeva, piuttosto ambivano a darsi da fare perché la comunicazione commerciale italiana fosse all’altezza non solo del compito assegnatogli, ma anche e soprattutto all’altezza dei tempi, competitiva nel mondo globale della comunicazione e dunque delle aspettative dei lettori, sempre più esigenti.

Ne nacque una specie di sfida continua tra informazione e pubblicità a chi fosse più brillante e memorabile, capace di dire cose che rimanessero nell’immaginario. Quegli anni sembrano svaniti, sia per l’informazione che per la pubblicità. Le tecnologie hanno aumentato la possibilità della circolazione più rapida e articolata di notizie e informazioni commerciali. Tuttavia, il nostro paese è ripiombato nella noiosa rinunciataria routine, in un provincialismo stucchevole e miope. Per vile compiacenza, per pigrizia mentale, per risibili tornaconti, l’Italia della comunicazione ha scelto di non aver voglia di fare meglio, di fare di più.

Piero Santonastaso, giornalista, ci ricorda quello che Emanuele Pirella, pubblicitario, ci ha insegnato: dobbiamo conquistarci la stima, l’affetto e la buona reputazione presso i lettori. Think boldly.

Emanuele Pirella (1940-2010)
Emanuele Pirella (1940-2010)
La  prima pagina di di oggi di Independent
La prima pagina di di oggi di Independent

Qualcuno ci ricorda cosa ha insegnato Pirella alla pubblicità italiana.

La creatività deve essere petalosa.

Come è ormai noto, la maestra di Matteo, Margherita Aurora, da Copparo, in provincia di Ferrara ha inviato all’Accademia della Crusca un neologismo, un nuovo aggettivo inventato dal suo alunno della 3 C: petaloso.

La risposta dell’Accademia, con timbro e firma autografa ha fatto il giro del web, grazie al profilo Docenti senza frontiere su Facebook, per poi finire sulle pagine della Nuova Ferrara; essere poi ripresa da testate nazionali e di nuovo rimbalzare sui social network.

Come al solito, un certo presappochismo, tipico del web, quella stessa superficialità stigmatizzata da Umberto Eco, ha storpiato la notizia, facendo diventare il piccolo Matteo un secchione, banalizzando il significato della nuova parola, e prendendo in giro la maestra e la “deamicisiana” lettera della signora Tronca, che a nome della prestigiosa istituzione ha preso carta e penna e ha scritto alla maestra Aurora della scuola primaria “O.Marchesi” di Copparo.
Quello che preme sottolineare è un passaggio della lettera, il seguente:

“(….) La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri nel vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persona la capiscano (……). A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola tra le altre e ne spiegherà il significato”.

Invece che fare gli spocchiosi con il nuovo aggettivo “petaloso” bisognerebbe riflettere su una bella verità, descritta con semplicità e precisione: una nuova idea non è tale se non è condivisa. Non importa un fico a chi è venuta in mente, ma solo se diventa di dominio pubblico.

L'Accademia della Crusca ha data una bella e importante risposta al quesito proposto dal piccolo Matteo, l'inventore di "petaloso".
L’Accademia della Crusca ha data una bella e importante risposta al quesito proposto dal piccolo Matteo, l’inventore di “petaloso”.
È la differenza tra un dilettante, per altro molto promettente e dotato di fresca fantasia, come il piccolo e geniale Matteo e uno che la creatività la fa di professione. Capito l’antifona? Imparate, copywriter, imparate. Think boldly.

La creatività deve essere petalosa.

Contro il banale, analogico e digitale.

Tributiamo un omaggio a una persona colta, intelligente e arguta. Ci ha aiutato a capire il valori e i disvalori della comunicazione. A volte è stato bussola, altre sestante nell’immenso mare, spesso torbido e agitato, in cui si svolge la nostra professione.

Abbiamo ascoltato le sue parole, sentito le sue opinioni, letto i suoi libri: ci ha contagiato di passione, ma anche di senso critico; ci ha incantato con le sue trovate, ma anche insegnato il disincanto necessario a maneggiare le parole, a formulare pensieri, a proporre punti di vista interessanti, che in altri termini, significa come gestire le idee.

"Siamo stati un po' tutti suoi allievi". Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb).
“Siamo stati un po’ tutti suoi allievi”. Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb. La foto è di Enrico Scuro e ritrae Umberto Eco nel 1977 in assemblea al DAMS di Bologna).
Siamo stati un po’ tutti suoi allievi, perché abbiamo appreso volentieri la sua lezione: comunicare è un’attività che va fatta con cura, buongusto, intelligenza. Perché popolare non significa mediocre; perché perseguire il bello non è aristocratico.

Oggi ci sentiamo un po’ più soli nella titanica lotta, quotidiana e senza quartiere, contro il Banale, analogico e digitale. Addio a Umberto Eco. Think boldly.

Contro il banale, analogico e digitale.

Quando l’informazione ci piglia per stolti.

Tutti conoscono il proverbio che vuole che il saggio mostri la luna, ma lo stolto guardi il dito. Ogni tanto, per non dire sempre più spesso, succede che siamo tutti stolti, perché i mass media, ma anche i social continuano a sventolarci davanti al naso il loro indice e quindi della luna se ne perdono le tracce.

È infatti successo che sia stata pubblicata una foto che ritrae il senatore Mario Monti, intento alla lettura di alcuni fogli, seduto sui gradini delle scale interne una di una struttura ospedaliera milanese.

E giù tutti a tessere le lodi di un uomo sobrio e riservato. Mentre, più concretamente e seriamente, la prima cosa che a uno dovrebbe venire in mente è: ma che razza di ospedale è quello in cui uno si deve sedere sul gradino delle scale, invece che su una sedia, in una sala d’aspetto?

Non sarebbe forse stato questo il compito della stampa, cioè “indicare” non tanto quello che si vede, ma guardare più in là, fino a mostrare quello che quella foto significa? Desiderare che l’informazione italiana sia un gradino più alto del pettegolezzo e della piaggeria è chiedere la luna? Think boldly.

Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un accogliente sala d'aspetto.
Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un’accogliente sala d’aspetto.

Quando l’informazione ci piglia per stolti.

La comunicazione U.S.A. e getta.

Abbiamo spesso impietosamente criticato la comunicazione politica in Italia, chi scrive tra gli altri. Abbiamo visto politici italiani che, pur di destare l’attenzione del pubblico fanno e dicono cose insulse e inconsulte: indossano felpe, usano un linguaggio triviale sui social network, non hanno pudore neppure della propria maternità, “messa in piazza” con sguaiatezza propagandistica. Qualcuno dirà che abbiamo visto di peggio, ai tempi delle battute da avanspettacolo e da comportamenti privati da trivio, che cari sono costati al Paese nei giudizi della comunità internazionale, a cominciare da quella finanziaria.

Tuttavia, ogni volta si resta un poco sgomenti di fronte a quello che arriva dagli Usa. Non solo il più chiacchierato Trump, con le sue uscite sessiste, xenofobe, razziste e fascistoidi, ma anche Ted Cruz, colui che gli ha soffiato il primo posto alle primaria in Iowa ci ha stupito, direi orripilato con una delle sue trovate pubblicitarie. Tanto da raggelare fianco quella tiepida soddisfazione che si è provata sapendo Trump sconfitto, dopo cotanta tronfia prosopopea.

Mi riferisco a un filmato che ritrae Ted Cruz mentre arrotola bacon sulla canna di un mitra, spara un paio di raffiche e poi sgranocchia il bacon abbrustolito dagli scarichi della sparatoria. Con il compiacimento dei media che lo hanno messo in onda e commentato.

Il connubio, direi la complicità tra trash politico e spazzatura tv è ormai una costante nelle campagne elettorali. Anche da noi.

Cruz e Trump, candidati alle primarie per i repubblicani  nella corsa alla Casa Bianca.
Cruz e Trump, candidati alle primarie per i repubblicani nella corsa alla Casa Bianca.

E per quanto riguarda i contenuti, le proposte, le riflessioni e i progetti politici? Quelli non fanno spettacolo. Think boldly.

La comunicazione U.S.A. e getta.

Se gli operai protestano in latino.

“Anche l’operaio vuole il figlio dottore”, recitava una strofa di una famosa canzone del Sessantotto, che risuonava nelle Università occupate quando in Italia, sulla spinta teorica-pratica dell’operaismo, avvenne la “fusione a caldo” tra operai e studenti, che diede vita al famoso Autunno Caldo, appunto.

Oggi succede che lo striscione con cui si sono aperti i cortei operai a Genova, per protestare contro l’eventuale “svendita” dello stabilimento Ilva, siano stati aperti da una famosa frase latina: “Pacta servanda sunt” (i patti devono essere osservati).

La protesta degli operai dell'ulva di Genova.
La protesta degli operai dell’Ilva di Genova.

In un paese nel quale i mezzi di comunicazione di massa sono convinti che bisogna abbassare il livello culturale, altrimenti “la gente” non capisce; e che questa convinzione ha persuaso gli uffici marketing della maggioranza delle aziende; e che questa diceria ha talmente contagiato la politica da assistere in tv a strampalati, quanto penosi funambolismi retorici da mercato del pesce; insomma, in un paese in cui ci si preoccupa di più di come dire, invece che concentrarsi sul cosa e a chi dirlo, che gli operai dell’Ilva di Genova se ne siano usciti con una precisa citazione latina è un’anomalia talmente affascinante che meriterebbero di vincere la loro vertenza anche solo per questo. Think boldly

Se gli operai protestano in latino.

Chi è riuscito a fare dell’Italia un paese così scemo?

Un uomo compra un fucile giocattolo per il figlio. Se lo porta in giro in metropolitana, attraversa la stazione ferroviaria, poi sale su un treno e se ne va al suo paese, scende dal treno monta sul pullman e finalmente se ne torna a casa sua. E fa il suo regalo al figlio.

Nel frattempo scoppia un pandemonio. Siamo a Roma, un cittadino coscienzioso telefona ai carabinieri: c’è uno che sembra straniero che va in giro per la Stazione Termini armato con un fucile. Scatta l’allarme, la stazione viene evacuata. Si cercano immagini delle telecamere a circuito chiuso. Le indagini raggiungono il malcapitato che a casa sua mostra il giocattolo, ha fatto niente di male, solo un regalo al figlio.

Qualcuno dirà: ma ti pare il caso di regalare un’arma, ancorché giocattolo a un bambino? Giusto. Ma la risposta potrebbe anche essere: e a voi pare giusto giocare alla guerra al terrorismo contro un povero cristo che se ne torna a casa dalla sua famiglia?

Abbiamo sentito dire da Cristina Parodi, che conduce un programma del pomeriggio sulla tv pubblica: sembrava uno straniero. Ecco fatto! Eccola l’origine della stupidità in cui è stato scaraventato il nostro spaventato paese. No, signora Parodi: quello non era vestito da straniero, era vestito da pendolare. Non era un terrorista, ma è stato terrorizzato.

Si è sentito parlare di procurato allarme, reato per il quale l’ignaro pizzettiere di Anagni potrebbe essere denunciato.

Non scherziamo: non basterebbero le carceri italiane a detenere tutti quelli che ogni giorno in Italia procurano allarmi, proclamano emergenze e sputano sentenze. Compresa la signora Parodi, alla quale ci permettiamo di ricordare che il senso della misura nel dare e commentare le notizie non è semplicemente una regola del bon ton, ma un preciso dovere deontologico di chi fa informazione. Think boldly.

Il caso del fucile giocattolo: "Qui chi non terrorizza si ammala di terrore", cantava Fabrizio De Andrè.
Il caso del fucile giocattolo: “Qui chi non terrorizza si ammala di terrore”, cantava Fabrizio De Andrè.

Chi è riuscito a fare dell’Italia un paese così scemo?

La qualità scadente della comunicazione politica.

Un copywriter italiano ha mostrato, e postato su Facebook -in una pagina intitolata “Un posto al copy”- la foto di un manifesto elettorale per le prossime elezioni comunali a Milano. Ha detto che la qualità dell’offerta politica era bassa. Personalmente, direi inconsistente. Il candidato in oggetto ebbe in passato un miglior approccio con la pubblicità, ma erano altri tempi e lui faceva un altro mestiere.

Tuttavia questo mi sembra un esempio “emblematico” del rapporto tra la politica e la comunicazione politica. Ed è per questo che la prendo in prestito.

Infatti, da qualche tempo a questa parte questo rapporto è degenerato nella più bieca stupidità. Le cose vanno così: il candidato commissiona una ricerca, chi gliela dà cambia il nome e qualche numero, che tanto è quella che vendono a tutti gli altri. Il candidato ha attorno un certo numero di “volpi del deserto” che gli danno consigli bolliti prima ancora di essere scodellati.

Risultato? Lo potete leggere da voi sul manifesto in questione, che pubblico per dimostrare quanta banalità stia per mobilitarsi.

Mentre devo precisare che non ho nulla di personale nei confronti del candidato in questione, devo far presente che un tempo i partiti avevano sensori sul territorio. Oggi hanno sondaggisti in sala riunioni. Un tempo un copywriter traduceva idee politiche in parole e concetti che cercavano la via della memorabilità. Oggi un copywriter al massimo cerca di dire che quello che dice il candidato potrebbe avere un senso. Nello specifico cosa si capisce dal manifesto? Una cosa sola: il candidato non è di sinistra. A che serve?

Ho usato paragoni temporali non tanto e non solo per dimostrare che più il tempo passa e peggio la politica si relaziona con la comunicazione in modo corretto. Ma soprattutto per dire che se non ci sono idee politiche, come diavolo fanno a venir fuori idee di comunicazione? Anche solo volendo fare semplicemente propaganda, come si farebbe a dire cose almeno sensate?

Non è difficile prevedere che la prossima tornata elettorale sarà un laboratorio antropologico, in cui l’inconsistenza dell’offerta politica giocherà a nascondino con la chiarezza della comunicazione politica. Think boldly.

La comunicazione politica in Italia è sempre più banale, confusa e scadente.
La comunicazione politica in Italia è sempre più banale, confusa e scadente.

La qualità scadente della comunicazione politica.