O al volante o al telefonino.

#alvolantenotelefonino
Usare il telefonino quando si è al volante è un gesto di menefreghismo nei confronti della sicurezza altrui che può avere conseguenze gravi.

Con una sola mano sul volante, la guida è pericolosa, anche perché la stragrande maggioranza delle vetture ha il cambio manuale.

Con l’orecchio incollato al telefono o le dita che compongono messaggi, l’attenzione e la concentrazione hanno cali d’intensità oltre i limiti della sicurezza.

Secondo le ultime rilevazioni sono aumentati sia incidenti, anche gravi che multe. Ma il fenomeno non accenna a diminuire: le abitudini cattive sono dure a morire.

Sembra che la Polizia stradale chieda di inserire nel codice la sanzione del ritiro della patente. Non mi piace la repressione, ma temo si renda necessario.

Ma è urgente suscitare la generale disapprovazione nei confronti di questi comportamenti, come fu per le cinture di sicurezza e l’uso obbligatorio del casco.

Una chiave è la semplice constatazione che molti sono i genitori che stanno dando il cattivo esempio ai figli in macchina.

Per esempio:
Un bimbo, seduto nella sua automobilina giocattolo, chiede il telefonino alla mamma per poter telefonare al papà. La mamma glielo dà. Il bimbo chiede gli auricolari. La mamma, sorridendo come fosse un capriccio, glieli porge.
Il bimbo se li infila, e compone il numero.
Il padre è al volante e risponde tutto contento a suo figlio.
Il bimbo dice:
-Papà smetti di farei lo stupido e mettiti l’auricolare. Sennò non ti chiamo più.
Il bimbo chiude la telefonata bruscamente.

Claim: se alla guida non usi l’auricolare, con te non ci parlo.

La cosa avrebbe un forte impatto se fosse una campagna firmata insieme dalla Polstrada da una compagnia telefonica.

O al volante o al telefonino.

Una Pasqua preoccupata.

A quasi metà della prima metà dell’anno, si dovrebbero sentire gli effetti di una lieve ripresa. Ma sembrerebbero tardare sia il fatto in sé che la sua percezione. In compenso, alcuni gravi episodi di politica estera creano turbative sia economiche che belliche, non solo in Europa, ma in giro per il mondo. La ricerca di nuovi equilibri crea forti e a volte pericolose tensioni. Si usa la pancia, invece che la testa; l’esibizione della forza, invece che l’uso dell’intelligenza. Il mondo è poco creativo. Think boldly.

Pasqua 2017.

Una Pasqua preoccupata.

Le uova nel paniere.

Deboli sussurri, impercettibili sussulti, qualche sguardo, non completamente lucido: la pubblicità italiana sta uscendo dal coma in cui versa da anni, dopo l’impatto violento contro la crisi globale.

Siamo ben lontani da una vera e propria ripresa psicofisica, tuttavia il paziente è vigile. La riabilitazione sarà lunga e dolorosa. E non sarà solo una questione di ricostituire i muscoli e le articolazioni, o di rimettere in moto correttamente gli organi interni. Il crollo fu tale da rendere necessaria una vera e propria attività di rigenerazione neurologica.

Insomma, per uscire di metafora, c’è bisogno di una dose massiccia di creatività, di pensieri nuovi, di idee forti che sappiano riconquistarsi la loro centralità nei processi decisionali e operativi della comunicazione commerciale, nell’era digitale. E bisogna farlo in fretta, e comunque prima che qualche ulteriore scossone finanziario urti il paniere e rompa le uova ancora fresche.

Buona-PasquaA proposito di uova: buone giornate di Pasqua ai nostri lettori. Think boldly.

Le uova nel paniere.

Qualcuno ci ricorda cosa ha insegnato Pirella alla pubblicità italiana.

Piero Santonastaso, giornalista che ha per anni lavorato a Il Messaggero di Roma, nel profilo Facebook “Rassegnata stamp”, il cui titolo segnalo per evidente stato avanzato di arguzia, ci mostra la pochezza di creatività nelle aperture dei quotidiani italiani di oggi, a fronte degli attentati terroristici di ieri a Bruxelles.

In effetti, confrontati con quelli di altri paesi europei, i fogli nostrani brillano per un deprimente provincialismo.
Le sue osservazioni cadono oggi nel sesto triste anniversario della scomparsa di Emanuele Pirella, importante creativo pubblicitario. Pirella contribuì a formare più di una generazione di creativi che non si accontentavano di fare ciò che il mercato chiedeva, piuttosto ambivano a darsi da fare perché la comunicazione commerciale italiana fosse all’altezza non solo del compito assegnatogli, ma anche e soprattutto all’altezza dei tempi, competitiva nel mondo globale della comunicazione e dunque delle aspettative dei lettori, sempre più esigenti.

Ne nacque una specie di sfida continua tra informazione e pubblicità a chi fosse più brillante e memorabile, capace di dire cose che rimanessero nell’immaginario. Quegli anni sembrano svaniti, sia per l’informazione che per la pubblicità. Le tecnologie hanno aumentato la possibilità della circolazione più rapida e articolata di notizie e informazioni commerciali. Tuttavia, il nostro paese è ripiombato nella noiosa rinunciataria routine, in un provincialismo stucchevole e miope. Per vile compiacenza, per pigrizia mentale, per risibili tornaconti, l’Italia della comunicazione ha scelto di non aver voglia di fare meglio, di fare di più.

Piero Santonastaso, giornalista, ci ricorda quello che Emanuele Pirella, pubblicitario, ci ha insegnato: dobbiamo conquistarci la stima, l’affetto e la buona reputazione presso i lettori. Think boldly.

Emanuele Pirella (1940-2010)
Emanuele Pirella (1940-2010)
La  prima pagina di di oggi di Independent
La prima pagina di di oggi di Independent

Qualcuno ci ricorda cosa ha insegnato Pirella alla pubblicità italiana.

La creatività deve essere petalosa.

Come è ormai noto, la maestra di Matteo, Margherita Aurora, da Copparo, in provincia di Ferrara ha inviato all’Accademia della Crusca un neologismo, un nuovo aggettivo inventato dal suo alunno della 3 C: petaloso.

La risposta dell’Accademia, con timbro e firma autografa ha fatto il giro del web, grazie al profilo Docenti senza frontiere su Facebook, per poi finire sulle pagine della Nuova Ferrara; essere poi ripresa da testate nazionali e di nuovo rimbalzare sui social network.

Come al solito, un certo presappochismo, tipico del web, quella stessa superficialità stigmatizzata da Umberto Eco, ha storpiato la notizia, facendo diventare il piccolo Matteo un secchione, banalizzando il significato della nuova parola, e prendendo in giro la maestra e la “deamicisiana” lettera della signora Tronca, che a nome della prestigiosa istituzione ha preso carta e penna e ha scritto alla maestra Aurora della scuola primaria “O.Marchesi” di Copparo.
Quello che preme sottolineare è un passaggio della lettera, il seguente:

“(….) La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri nel vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persona la capiscano (……). A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola tra le altre e ne spiegherà il significato”.

Invece che fare gli spocchiosi con il nuovo aggettivo “petaloso” bisognerebbe riflettere su una bella verità, descritta con semplicità e precisione: una nuova idea non è tale se non è condivisa. Non importa un fico a chi è venuta in mente, ma solo se diventa di dominio pubblico.

L'Accademia della Crusca ha data una bella e importante risposta al quesito proposto dal piccolo Matteo, l'inventore di "petaloso".
L’Accademia della Crusca ha data una bella e importante risposta al quesito proposto dal piccolo Matteo, l’inventore di “petaloso”.
È la differenza tra un dilettante, per altro molto promettente e dotato di fresca fantasia, come il piccolo e geniale Matteo e uno che la creatività la fa di professione. Capito l’antifona? Imparate, copywriter, imparate. Think boldly.

La creatività deve essere petalosa.

Contro il banale, analogico e digitale.

Tributiamo un omaggio a una persona colta, intelligente e arguta. Ci ha aiutato a capire il valori e i disvalori della comunicazione. A volte è stato bussola, altre sestante nell’immenso mare, spesso torbido e agitato, in cui si svolge la nostra professione.

Abbiamo ascoltato le sue parole, sentito le sue opinioni, letto i suoi libri: ci ha contagiato di passione, ma anche di senso critico; ci ha incantato con le sue trovate, ma anche insegnato il disincanto necessario a maneggiare le parole, a formulare pensieri, a proporre punti di vista interessanti, che in altri termini, significa come gestire le idee.

"Siamo stati un po' tutti suoi allievi". Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb).
“Siamo stati un po’ tutti suoi allievi”. Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb. La foto è di Enrico Scuro e ritrae Umberto Eco nel 1977 in assemblea al DAMS di Bologna).
Siamo stati un po’ tutti suoi allievi, perché abbiamo appreso volentieri la sua lezione: comunicare è un’attività che va fatta con cura, buongusto, intelligenza. Perché popolare non significa mediocre; perché perseguire il bello non è aristocratico.

Oggi ci sentiamo un po’ più soli nella titanica lotta, quotidiana e senza quartiere, contro il Banale, analogico e digitale. Addio a Umberto Eco. Think boldly.

Contro il banale, analogico e digitale.

Quando l’informazione ci piglia per stolti.

Tutti conoscono il proverbio che vuole che il saggio mostri la luna, ma lo stolto guardi il dito. Ogni tanto, per non dire sempre più spesso, succede che siamo tutti stolti, perché i mass media, ma anche i social continuano a sventolarci davanti al naso il loro indice e quindi della luna se ne perdono le tracce.

È infatti successo che sia stata pubblicata una foto che ritrae il senatore Mario Monti, intento alla lettura di alcuni fogli, seduto sui gradini delle scale interne una di una struttura ospedaliera milanese.

E giù tutti a tessere le lodi di un uomo sobrio e riservato. Mentre, più concretamente e seriamente, la prima cosa che a uno dovrebbe venire in mente è: ma che razza di ospedale è quello in cui uno si deve sedere sul gradino delle scale, invece che su una sedia, in una sala d’aspetto?

Non sarebbe forse stato questo il compito della stampa, cioè “indicare” non tanto quello che si vede, ma guardare più in là, fino a mostrare quello che quella foto significa? Desiderare che l’informazione italiana sia un gradino più alto del pettegolezzo e della piaggeria è chiedere la luna? Think boldly.

Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un accogliente sala d'aspetto.
Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un’accogliente sala d’aspetto.

Quando l’informazione ci piglia per stolti.

La comunicazione U.S.A. e getta.

Abbiamo spesso impietosamente criticato la comunicazione politica in Italia, chi scrive tra gli altri. Abbiamo visto politici italiani che, pur di destare l’attenzione del pubblico fanno e dicono cose insulse e inconsulte: indossano felpe, usano un linguaggio triviale sui social network, non hanno pudore neppure della propria maternità, “messa in piazza” con sguaiatezza propagandistica. Qualcuno dirà che abbiamo visto di peggio, ai tempi delle battute da avanspettacolo e da comportamenti privati da trivio, che cari sono costati al Paese nei giudizi della comunità internazionale, a cominciare da quella finanziaria.

Tuttavia, ogni volta si resta un poco sgomenti di fronte a quello che arriva dagli Usa. Non solo il più chiacchierato Trump, con le sue uscite sessiste, xenofobe, razziste e fascistoidi, ma anche Ted Cruz, colui che gli ha soffiato il primo posto alle primaria in Iowa ci ha stupito, direi orripilato con una delle sue trovate pubblicitarie. Tanto da raggelare fianco quella tiepida soddisfazione che si è provata sapendo Trump sconfitto, dopo cotanta tronfia prosopopea.

Mi riferisco a un filmato che ritrae Ted Cruz mentre arrotola bacon sulla canna di un mitra, spara un paio di raffiche e poi sgranocchia il bacon abbrustolito dagli scarichi della sparatoria. Con il compiacimento dei media che lo hanno messo in onda e commentato.

Il connubio, direi la complicità tra trash politico e spazzatura tv è ormai una costante nelle campagne elettorali. Anche da noi.

Cruz e Trump, candidati alle primarie per i repubblicani  nella corsa alla Casa Bianca.
Cruz e Trump, candidati alle primarie per i repubblicani nella corsa alla Casa Bianca.

E per quanto riguarda i contenuti, le proposte, le riflessioni e i progetti politici? Quelli non fanno spettacolo. Think boldly.

La comunicazione U.S.A. e getta.