Bisogna che Auditel si faccia un bello spot.

Quelli di Auditel il 2015 se lo ricorderanno a lungo. Prima la sospensione della diffusione dei dati, poi un collaboratore sbaglia l’invio di una e-mail di servizio alle famiglie dello vecchio storico campione di 5666. Patatrac: la e-mail ha rivelato a tutte le famiglie l’indirizzo e-mail di ogni altra, così infrangendo il vincolo della riservatezza che è la base della tenuta metodologica del panel. Disastro su tutta la linea.

Per questo, Nielsen “commissaria” Auditel: stanno alacremente lavorando per arrivare entro giugno 2016 a una completa ricostituzione dello storico campione di 5666 famiglie, a cui affiancare un super panel, così da arrivare a 10 mila 566 famiglie sotto osservazione.

Ma ecco in agguato un altro passo falso: perché proprio sul finire dall’anno, pare Nielsen abbia invitato a far parte del nuovo super panel un dirigente televisivo, la qual cosa è ovviamente non corretta né legalmente lecita. L’interessato non si è fatto sfuggire l’occasione per sbeffeggiare Auditel.

A questo punto c’è una vera e propria crisi di credibilità, che l’operazione in corso a cura di Nielsen può forse risolvere tecnicamente, ma la reputazione è compromessa, sia agli occhi degli addetti ai lavori che dell’opinione pubblica.

Che fare? Qui ci vuole una decisione energica, una specie di uso parziale e alternativo della legge del contrappasso: nata per misurare l’efficacia della pubblicità, bisogna che Auditel stessa si faccia buona pubblicità. Dunque, urge una campagna istituzionale

Auditel in crisi.
Auditel in crisi.
che dica a tutti quanto sarà buona, bella e affidabile. Coraggio. Think boldly.

Bisogna che Auditel si faccia un bello spot.

Pubblicità: vecchi vizi, in attesa di nuove virtù.

Succede spesso, troppo spesso: all’improvviso un pop up ti si para tra gli occhi e il testo che stai leggendo su un sito di news. La vecchia idea di interrompere la visione con uno spot pubblicitario trasmigra dalla tv al web. Con la differenza che in questo ambiente è insopportabile, tanto da risultare del tutto inappropriato, e dunque irritante, in definitiva del tutto controproducente. Sì certo, gli analitics diranno che l’inserzione è stata vista da chissà quante migliaia di vittime di questa proditoria incursione. Come ai tempi di Auditel, la quantità dà l’idea al committente di aver ben speso i suoi soldi in pubblicità. Però il web richiederebbe una maggiore cura dell’utente. Sbattergli in faccia un annuncio è sintomo di pigrizia del marchio committente e di sciatteria del sito che ne ospita la pubblicità. Sull’assenza di creatività, sia da parte dell’agenzia creativa che di quella media caleremo per il momento un velo di tristezza. Think boldly.

La pubblicità intrusiva sul web è un residuo del vecchio modo di fare pubblicità in tv.
La pubblicità intrusiva sul web è un residuo del vecchio modo di fare pubblicità in tv.

Pubblicità: vecchi vizi, in attesa di nuove virtù.

Ma quale 2.0, qui siamo allo 0,2.

La crisi che non finisce mai.
La crisi che non finisce mai.

Vi state chiedendo perché la comunicazione commerciale in Italia chiuderà un altro anno terribile?
Ecco la risposta: secondo i dati diffusi dall’Istat, a ottobre 2015 l’indice destagionalizzato della produzione industriale è aumentato dello 0,5% rispetto a settembre.

Nella media del trimestre agosto-ottobre 2015 la produzione è cresciuta dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

Credevate davvero che bastasse il 2.0 per uscire dalla crisi della pubblicità italiana? Macché, siamo solo a una crescita di un misero 0,2. Che fare?

Ci vogliono soldi che i consumatori possano spendere in consumi, soldi sottratti alla pressione fiscale sul lavoro dipendente. Allora ripartirebbero i consumi e la comunicazione sui consumi. Se no, invece che “tu scendi dalle stelle”, anche quest’anno la melodia delle feste sarà:

“Mo’ vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me vado ‘a cucca’.”

Think boldly.

Ma quale 2.0, qui siamo allo 0,2.