Una Pasqua preoccupata.

A quasi metà della prima metà dell’anno, si dovrebbero sentire gli effetti di una lieve ripresa. Ma sembrerebbero tardare sia il fatto in sé che la sua percezione. In compenso, alcuni gravi episodi di politica estera creano turbative sia economiche che belliche, non solo in Europa, ma in giro per il mondo. La ricerca di nuovi equilibri crea forti e a volte pericolose tensioni. Si usa la pancia, invece che la testa; l’esibizione della forza, invece che l’uso dell’intelligenza. Il mondo è poco creativo. Think boldly.

Pasqua 2017.

Una Pasqua preoccupata.

Se sette minuti vi sembran pochi.

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di Riccardo Tavani-Stampa Critica

Undici donne, undici operaie, chiuse in uno spogliatoio, dentro una fabbrica vuota, deserta, attorno a un tavolo, tra gli armadietti metallici. Devono decidere della loro condizione ma – soprattutto – di quella delle loro compagne e compagni di lavoro che sono di fuori con cartelli e striscioni ai cancelli. Questo è il contesto di 7 minuti, l’ultimo film di Michele Placido. Un film tratto da una storia vera, accaduta in Francia, a Yssingeaux, nell’Alta Loira, dalla quale Stefano Massini, uno degli sceneggiatori del film, aveva tratto un suo precedente lavoro teatrale con la regia di Alessandro Gassmann.

L’azione è spostata in Italia e ambientata nella zona delle piccole e medie fabbriche di Latina, per farne un racconto cinematografico tratto da situazioni e caratteri umani della nostra attuale condizione operaia, e femminile in particolare. La vicenda, d’altronde, ha tratti ormai comuni non solo a tante fabbriche ma anche a molti altri posti di lavoro con contratti sia a tempo indeterminato sia – soprattutto – soggetti al frastagliato arcipelago di contratti o non contratti del precariato.

Quella di questo film è la fabbrica tessile dei Fratelli Varrazzi (uno dei quali interpretato dallo stesso Placido) che stanno cedendo il pacchetto di maggioranza azionaria a una multinazionale francese. Da Parigi giunge, con il primo volo della mattina, Madame Rochette per stipulare l’atto formale di accordo con la vecchia proprietà. Questo dovrà essere poi approvato dal Consiglio di Fabbrica e quindi ratificato dal resto del personale. Le operaie delegano una loro rappresentate a partecipare come osservatrice alla stesura dell’accordo padronale. È Bianca – interpretata da Ottavia Piccolo, come nella precedente pièce teatrale di Massini –, l’operaia più esperta, con trenta anni di anzianità aziendale alle spalle. Madame Rochette ha molta fretta di concludere il tutto entro le cinque del pomeriggio, per essere la sera di nuovo a Parigi, a festeggiare il compleanno di un suo nipote.

Quando Bianca torna nello spogliatoio, tra le sue dieci compagne del Consiglio di Fabbrica, ci sono dunque poche ore di tempo per votare sì o no a quell’accordo. L’atto di cessione prevede questo: la fabbrica non chiude, non ci sarà alcun licenziamento, i turni di lavoro rimarranno immutati. La nuova proprietà chiede il taglio di soli sette minuti di pausa. Sembra un grande risultato, le delegate telefonano all’esterno, dove iniziano canti e balli, e vogliono immediatamente, compattamente votare sì, per chiudere subito l’intera vicenda e tornarsene a casa. L’unica che annuncia il suo voto contrario è proprio Bianca. Quando lei è entrata in fabbrica, la pausa era di 45 minuti, ridottasi progressivamente fino a 15. Tolti questi sette, ne rimarranno solo 8. Bianca invita le compagne a ragionare, a riflettere, prima di precipitarsi a votare sì, perché quei sette minuti in meno si trascinano inevitabilmente dietro molte altre rinunce.

Inizia una discussione tesa, drammatica, acre, a tratti violenta, con accuse, recriminazione reciproche che spacca l’organismo di fabbrica e contrappone le singole compagne di lavoro l’una all’altra. Attraverso questo aspro confronto, Placido ci mostra, anzi, compie una vera e propria vivisezione dell’attuale composizione di classe umana dentro questa realtà industriale italiana. Donne sposate, single, separate, con molti, nessun figlio, immigrate dall’Africa, provenienti dall’ex Est europeo, condizionate, ricattate, soggette ad attenzioni padronali di tipo sessuale. Una composizione umana frammentata, dispersa, i cui vuoti neanche gli slanci di affetto e solidarietà cementati in anni di lavoro in reparto riescono autenticamente a superare. Su questa divisione strutturale punta il padronato per affermare le proprie imposizioni.

Sta divenendo sempre più un fatto di cronaca quotidiana la recrudescenza padronale su controllo, rigida regolamentazione, riduzione, negazione delle pause lavorative, siano esse tra i turni, per il pasto o per i bisogni corporali. Una recrudescenza che tocca dunque non più soltanto la sfera fisico-meccanica esterna della forza lavoro, ma direttamente quella biopsichica più intima. Un bio-potere pervasivo che vuole appropriarsi dell’accresciuta componente sensibile, culturale, intellettiva e immateriale che ogni lavoratrice, lavoratore porta oggi all’interno del processo lavorativo, senza che essa sia loro minimamente riconosciuta.

Una vicenda cinematografica resa viva dalle undici attrici che formano questo sfrangiato ventaglio di classe e che sono: Cristiana Capotondi (Isabella), Ambra Angiolini (Greta), Fiorella Mannoia (Ornella), Violante Placido (Marianna), Ottavia Piccolo (Bianca), Clémence Poésy (Hira), Maria Nazionale (Angela), Balkissa Maiga (Kidal), Luisa Cattaneo (Sandra), Erika D’Ambrosio (Alice), Sabine Timoteo (Micaela). A completare un cast tutto al femminile c’è inoltre Anne Consigny nel ruolo di Madame Rochette. Donne che – riprendendo il celebre canto di protesta delle mondine tra le risaie “Se otto ore vi sembran poche” – potrebbero ora intonarlo ai più intimi minuti di vita che vorrebbero loro strappare via.

È importante che un regista e un attore italiano di successo come Michele Placido – invece di dedicarsi a copioni che sarebbero certamente più redditizi per lui – porti sullo schermo temi legati alla condizione della resistenza operaia sul fronte del lavoro. Se pensiamo anche a un altro film operaio, quello del regista inglese Ken Loach I, Daniel Blake, vincitore di Cannes 2016, una cosa colpisce: il lavoro vivo non appare più sullo schermo cinematografico. Appare invece, e come, in un film sul lavoro precario più crudele ambientato tra Nettuno e la zona Tuscolana di Roma. È Sole Cuore Amore di Daniele Vicari, presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma. Un altro film da non mancare e del quale Stampa Critica ha già scritto.

Se sette minuti vi sembran pochi.

Meglio comunicare cum grano salis.

Nel rinnovare l’auspicio che la marche italiane tornino sempre più numerose a fare pubblicità e a utilizzare i quotidiani e la stampa in genere, oltre che gli altri media, siamo di nuovo costretti a esprimere costernazione per un annuncio pubblicitario, veramente scemo.

Sui quotidiani di oggi, Eataly comunica che ha diminuito la quantità di sale nei cibi, ma in compenso ha aumentato la qualità, scegliendo saline di pregio. Una bella notizia, un bell’argomento. Peccato che l’annuncio sia insipido, scotto e impiattato così male da dover chiamare il cameriere e rimandarlo dritto dritto in cucina.

Questo è un annuncio insipido.
Questo è un annuncio insipido.

Tutti gli ingredienti sono scadenti: titolo, sottotitolo testo, didascalie e figurine fluttuano in un horror vacui, condite da un’apoteosi di puntini di sospensione, come fossero stati battuti da un telegrafista impazzito.

La domanda è: perché buttare via così l’occasione di comunicare con buongusto? La comunicazione è come il cibo buono, dovrebbe essere sana, nutriente, appetitosa, talmente gustosa da lasciare un buon sapore in bocca ai lettori. Qui invece la sensazione è di sciatteria e pressappochismo, come fosse il colmo per chi si occupa di buoni sapori.

E allora, lo chef consiglia: creatività. Perché cucina e pubblicità hanno in comune la creatività, cioè il gusto sopraffino di mettere insieme il bello e il buono. Se no la reputazione rischia un conto salato. Think boldly.

Meglio comunicare cum grano salis.

La pubblicità? “Sì, sì, io non mi lamento, ma qualche volta m’incazzo”.

Da quando le agenzie di pubblicità italiane hanno smesso di essere consulenti di una concreta visione del mercato per diventare meri esecutori di desiderata del committente, si moltiplicano gli errori.

Un caso eclatante è on air in questi giorni: è la campagna per la collocazione in Borsa di Enav, ente che si occupa del controllo del traffico aereo.

Premesso che è un gran bene che le aziende italiane tornino in comunicazione, dopo troppi anni di silenzio, e aggiunto che la quotazione in Borsa crea valore, utile al sistema Italia, la campagna in esame è sbagliata. E copiata. Male.

E’ sbagliata perché, invece che “guardare in alto”, come si afferma con lancinante banalità, vista la ragione sociale del committente, il vero pregio di Enav sono quegli uomini la cui grande specializzazione e amore per il proprio compito è una garanzia, un impegno di chi vigila, organizza e dirige i nostri voli, guidando ogni giorno, a tutte le ore, con sapiente capacità operativa migliaia e migliaia di decolli e atterraggi, che avvengono nei nostri aeroporti.

Sono persone con i piedi per terra, mica con la testa fra le nuvole. E qui mi sono appena permesso un suggerimento creativo, che nel valorizzare quella miniera di risorse umane, tranquillizzerebbe anche il passeggero più spaventato dal volo: i piloti alla guida degli aeroplani che solcano i cieli italiani hanno “angeli custodi” che li assistono durante tutte le fasi del volo.

Questo semplice, ma efficace ragionamento sarebbe utile anche per analisti finanziari, per i possibili acquirenti privati o istituzionali della azioni Enav: l’utilità sociale dell’ente e le capacità professionali degli addetti, messi opportunamente in luce, sarebbero la miglior garanzia di un investimento solido, duraturo, proprio in tempi nei quali troppo spesso “la finanza creativa” ha messo sul mercato “ballon d’essai” che alla fine sono scoppiati come bolle, quelle bolle speculative che hanno martoriato le economia individuali e nazionali in Italia e nel mondo.

Poi siccome gli errori sono come le ciliegie, ecco che si è copiata (male, maledizione!) una campagna lanciata da Aeroporti di Roma sei o sette anni fa.

La campagna originale per Adr.
La campagna originale per Adr.

La campagna Enav.
La campagna Enav.

Lo sappiamo, perché quel lavoro lo ha creato chi scrive, in quel periodo in forze alla Pirella a Roma, chiamato da Carlo Parmeggiani, all’epoca responsabile delle relazioni esterne di Aeroporti di Roma. L’azienda, a quei tempi guidata da Maurizio Basile, comunicava il piano d’investimenti per ampliare superfice e servizi dell’aeroporto Leonardo da Vinci.

Quando il cliente è competente, la comunicazione è sempre convincente. La headline diceva: “Fiumicino vola”, il testo recitava: “Al via i primi sette cantieri: il mondo globale ha un nuovo hub tutto italiano. Lavoriamo per crescere”. Il claim: “Adr, follow us.” Le immagini erano ritratti di passeggeri che volgevano il loro sguardo verso il cielo. Era in primo piano e avevano volti sereni e pieni di aspettative. L’Art direction è stata di Roberto Conti.

Se mettiamo a confronto i due annunci, noterete la brutta copia. Della qualcosa qui ci lamentiamo. Infatti, per concludere, lasciatemi citare un famoso brano di “Signore e signori, buonanotte”, un film del 1976, firmato dai più famosi sceneggiatori e registi dell’epoca (cito, tra gli altri, Age, De Bernardi, Benvenuti,Comencini, Nanni Loy, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Ettore Scola, tutti riuniti nella Cooperativa 15 Maggio). Dunque, in questo gustosissimo film a episodi, c’è una scena in cui Ugo Tognazzi dice, guardando a favore della macchina da presa: “Sì, sì, io non mi lamento, ma qualche volta m’incazzo”.

Ecco non ci lamentiamo di essere stati copiati. Anzi, ci farebbe anche piacere, se non fosse che è stato fatto male: senza gusto, senza poesia, senza calore. Senza una storia. Perché, e qui sta il punto, è proprio sulla qualità della comunicazione che dovevano puntare in alto. Think boldly.

La pubblicità? “Sì, sì, io non mi lamento, ma qualche volta m’incazzo”.

Le uova nel paniere.

Deboli sussurri, impercettibili sussulti, qualche sguardo, non completamente lucido: la pubblicità italiana sta uscendo dal coma in cui versa da anni, dopo l’impatto violento contro la crisi globale.

Siamo ben lontani da una vera e propria ripresa psicofisica, tuttavia il paziente è vigile. La riabilitazione sarà lunga e dolorosa. E non sarà solo una questione di ricostituire i muscoli e le articolazioni, o di rimettere in moto correttamente gli organi interni. Il crollo fu tale da rendere necessaria una vera e propria attività di rigenerazione neurologica.

Insomma, per uscire di metafora, c’è bisogno di una dose massiccia di creatività, di pensieri nuovi, di idee forti che sappiano riconquistarsi la loro centralità nei processi decisionali e operativi della comunicazione commerciale, nell’era digitale. E bisogna farlo in fretta, e comunque prima che qualche ulteriore scossone finanziario urti il paniere e rompa le uova ancora fresche.

Buona-PasquaA proposito di uova: buone giornate di Pasqua ai nostri lettori. Think boldly.

Le uova nel paniere.

Qualcuno ci ricorda cosa ha insegnato Pirella alla pubblicità italiana.

Piero Santonastaso, giornalista che ha per anni lavorato a Il Messaggero di Roma, nel profilo Facebook “Rassegnata stamp”, il cui titolo segnalo per evidente stato avanzato di arguzia, ci mostra la pochezza di creatività nelle aperture dei quotidiani italiani di oggi, a fronte degli attentati terroristici di ieri a Bruxelles.

In effetti, confrontati con quelli di altri paesi europei, i fogli nostrani brillano per un deprimente provincialismo.
Le sue osservazioni cadono oggi nel sesto triste anniversario della scomparsa di Emanuele Pirella, importante creativo pubblicitario. Pirella contribuì a formare più di una generazione di creativi che non si accontentavano di fare ciò che il mercato chiedeva, piuttosto ambivano a darsi da fare perché la comunicazione commerciale italiana fosse all’altezza non solo del compito assegnatogli, ma anche e soprattutto all’altezza dei tempi, competitiva nel mondo globale della comunicazione e dunque delle aspettative dei lettori, sempre più esigenti.

Ne nacque una specie di sfida continua tra informazione e pubblicità a chi fosse più brillante e memorabile, capace di dire cose che rimanessero nell’immaginario. Quegli anni sembrano svaniti, sia per l’informazione che per la pubblicità. Le tecnologie hanno aumentato la possibilità della circolazione più rapida e articolata di notizie e informazioni commerciali. Tuttavia, il nostro paese è ripiombato nella noiosa rinunciataria routine, in un provincialismo stucchevole e miope. Per vile compiacenza, per pigrizia mentale, per risibili tornaconti, l’Italia della comunicazione ha scelto di non aver voglia di fare meglio, di fare di più.

Piero Santonastaso, giornalista, ci ricorda quello che Emanuele Pirella, pubblicitario, ci ha insegnato: dobbiamo conquistarci la stima, l’affetto e la buona reputazione presso i lettori. Think boldly.

Emanuele Pirella (1940-2010)
Emanuele Pirella (1940-2010)
La  prima pagina di di oggi di Independent
La prima pagina di di oggi di Independent

Qualcuno ci ricorda cosa ha insegnato Pirella alla pubblicità italiana.

La creatività deve essere petalosa.

Come è ormai noto, la maestra di Matteo, Margherita Aurora, da Copparo, in provincia di Ferrara ha inviato all’Accademia della Crusca un neologismo, un nuovo aggettivo inventato dal suo alunno della 3 C: petaloso.

La risposta dell’Accademia, con timbro e firma autografa ha fatto il giro del web, grazie al profilo Docenti senza frontiere su Facebook, per poi finire sulle pagine della Nuova Ferrara; essere poi ripresa da testate nazionali e di nuovo rimbalzare sui social network.

Come al solito, un certo presappochismo, tipico del web, quella stessa superficialità stigmatizzata da Umberto Eco, ha storpiato la notizia, facendo diventare il piccolo Matteo un secchione, banalizzando il significato della nuova parola, e prendendo in giro la maestra e la “deamicisiana” lettera della signora Tronca, che a nome della prestigiosa istituzione ha preso carta e penna e ha scritto alla maestra Aurora della scuola primaria “O.Marchesi” di Copparo.
Quello che preme sottolineare è un passaggio della lettera, il seguente:

“(….) La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri nel vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persona la capiscano (……). A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola tra le altre e ne spiegherà il significato”.

Invece che fare gli spocchiosi con il nuovo aggettivo “petaloso” bisognerebbe riflettere su una bella verità, descritta con semplicità e precisione: una nuova idea non è tale se non è condivisa. Non importa un fico a chi è venuta in mente, ma solo se diventa di dominio pubblico.

L'Accademia della Crusca ha data una bella e importante risposta al quesito proposto dal piccolo Matteo, l'inventore di "petaloso".
L’Accademia della Crusca ha data una bella e importante risposta al quesito proposto dal piccolo Matteo, l’inventore di “petaloso”.
È la differenza tra un dilettante, per altro molto promettente e dotato di fresca fantasia, come il piccolo e geniale Matteo e uno che la creatività la fa di professione. Capito l’antifona? Imparate, copywriter, imparate. Think boldly.

La creatività deve essere petalosa.

Contro il banale, analogico e digitale.

Tributiamo un omaggio a una persona colta, intelligente e arguta. Ci ha aiutato a capire il valori e i disvalori della comunicazione. A volte è stato bussola, altre sestante nell’immenso mare, spesso torbido e agitato, in cui si svolge la nostra professione.

Abbiamo ascoltato le sue parole, sentito le sue opinioni, letto i suoi libri: ci ha contagiato di passione, ma anche di senso critico; ci ha incantato con le sue trovate, ma anche insegnato il disincanto necessario a maneggiare le parole, a formulare pensieri, a proporre punti di vista interessanti, che in altri termini, significa come gestire le idee.

"Siamo stati un po' tutti suoi allievi". Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb).
“Siamo stati un po’ tutti suoi allievi”. Addio a Umberto Eco. (Ringraziamo Cosimo Minervini, che ha pubblicato questa foto sul suo profilo Fb. La foto è di Enrico Scuro e ritrae Umberto Eco nel 1977 in assemblea al DAMS di Bologna).
Siamo stati un po’ tutti suoi allievi, perché abbiamo appreso volentieri la sua lezione: comunicare è un’attività che va fatta con cura, buongusto, intelligenza. Perché popolare non significa mediocre; perché perseguire il bello non è aristocratico.

Oggi ci sentiamo un po’ più soli nella titanica lotta, quotidiana e senza quartiere, contro il Banale, analogico e digitale. Addio a Umberto Eco. Think boldly.

Contro il banale, analogico e digitale.

Quando l’informazione ci piglia per stolti.

Tutti conoscono il proverbio che vuole che il saggio mostri la luna, ma lo stolto guardi il dito. Ogni tanto, per non dire sempre più spesso, succede che siamo tutti stolti, perché i mass media, ma anche i social continuano a sventolarci davanti al naso il loro indice e quindi della luna se ne perdono le tracce.

È infatti successo che sia stata pubblicata una foto che ritrae il senatore Mario Monti, intento alla lettura di alcuni fogli, seduto sui gradini delle scale interne una di una struttura ospedaliera milanese.

E giù tutti a tessere le lodi di un uomo sobrio e riservato. Mentre, più concretamente e seriamente, la prima cosa che a uno dovrebbe venire in mente è: ma che razza di ospedale è quello in cui uno si deve sedere sul gradino delle scale, invece che su una sedia, in una sala d’aspetto?

Non sarebbe forse stato questo il compito della stampa, cioè “indicare” non tanto quello che si vede, ma guardare più in là, fino a mostrare quello che quella foto significa? Desiderare che l’informazione italiana sia un gradino più alto del pettegolezzo e della piaggeria è chiedere la luna? Think boldly.

Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un accogliente sala d'aspetto.
Chissà se al senatore Monti sia venuto in mente che tagliare fondi alla sanità potrebbe anche comportare di doversi sedere sulle scale, invece che in un’accogliente sala d’aspetto.

Quando l’informazione ci piglia per stolti.

La comunicazione U.S.A. e getta.

Abbiamo spesso impietosamente criticato la comunicazione politica in Italia, chi scrive tra gli altri. Abbiamo visto politici italiani che, pur di destare l’attenzione del pubblico fanno e dicono cose insulse e inconsulte: indossano felpe, usano un linguaggio triviale sui social network, non hanno pudore neppure della propria maternità, “messa in piazza” con sguaiatezza propagandistica. Qualcuno dirà che abbiamo visto di peggio, ai tempi delle battute da avanspettacolo e da comportamenti privati da trivio, che cari sono costati al Paese nei giudizi della comunità internazionale, a cominciare da quella finanziaria.

Tuttavia, ogni volta si resta un poco sgomenti di fronte a quello che arriva dagli Usa. Non solo il più chiacchierato Trump, con le sue uscite sessiste, xenofobe, razziste e fascistoidi, ma anche Ted Cruz, colui che gli ha soffiato il primo posto alle primaria in Iowa ci ha stupito, direi orripilato con una delle sue trovate pubblicitarie. Tanto da raggelare fianco quella tiepida soddisfazione che si è provata sapendo Trump sconfitto, dopo cotanta tronfia prosopopea.

Mi riferisco a un filmato che ritrae Ted Cruz mentre arrotola bacon sulla canna di un mitra, spara un paio di raffiche e poi sgranocchia il bacon abbrustolito dagli scarichi della sparatoria. Con il compiacimento dei media che lo hanno messo in onda e commentato.

Il connubio, direi la complicità tra trash politico e spazzatura tv è ormai una costante nelle campagne elettorali. Anche da noi.

Cruz e Trump, candidati alle primarie per i repubblicani  nella corsa alla Casa Bianca.
Cruz e Trump, candidati alle primarie per i repubblicani nella corsa alla Casa Bianca.

E per quanto riguarda i contenuti, le proposte, le riflessioni e i progetti politici? Quelli non fanno spettacolo. Think boldly.

La comunicazione U.S.A. e getta.